lunedì 10 giugno 2013

Infermieri contro Tgcom24: “Falsità intollerabili sul problema disoccupazione”

La polemica è nata da un articolo in cui si affermava che, sulla base dei dati Istat, il 43% delle posizioni aperte per gli infermieri non sono ricoperte sul totale delle richieste. Per il presidente del Collegio Ipasvi di Bari, Saverio Andreula,  “vi sono invece tra i 30 e i50mila giovani infermieri disoccupati”.

27 MAG - È scoppiata una polemica tra infermieri e Tgcom24 per una notizia riportata lo scorso venerdì a commento di alcuni dati Istat. Secondo il portale di informazione “nel nostro Paese ci sono circa 150mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare. Non passano in secondo piano nemmeno quelle professioni difficili da reperire perché presuppongono un percorso formativo il cui accesso è a numero chiuso o perché poco attrattive. È il caso degli infermieri (il 43% delle posizioni aperte non sono ricoperte sul totale delle richieste)”. Una “falsa notizia”, secondo il presidente del Collegio Ipasvi di Bari, Saverio Andreula, per il quale “è intollerabile, che a fronte di un’evidentissima disoccupazione infermieristica stimata in conformità a analisi comparate: Almalaurea/Istat/Collegi (alcuni) tra i 30.000 e i 50.000 giovani laureati in Infermieristica si pubblichino dati, informazioni totalmente prive di oggettivo risconto”.

“L’informazione, per il dato che si riferisce agli Infermieri e per le considerazioni giornalistiche è bugiardo e sviluppa evidenti e giustificate tensioni emotive tra i giovani disoccupati infermieri - ha concluso Andreula - ci pare sia giunto il momento che la politica acquisisca piena consapevolezza della realtà della situazione per inquadrare meglio le questioni e formulare ipotesi di soluzioni e/o miglioramenti”.

fONTE: BRESCIAOGGI.IT



Becattini: Attivare gli infermieri specialisti, distinguendoli per quello che fanno e non solo per quello che sono

SIENA. Continua il confronto tra Nurse24.it e i rappresentanti delle professioni sanitarie. Raccontare e far conosce le persone che ogni giorno contribuiscono all’evoluzione dell'infermieristica a livello nazionale e non solo. E' ora l'occasione per ascoltare il Dott. Giovani Becattini, Dirigente infermieristico dell'AUSL 7, consigliere ANIARTI e promotore del progetto See and Treat. A lui abbiamo posto alcune domande. Vediamo cosa ci ha risposto.
Intanto, buon giorno e grazie per aver accettato l’intervista.
Buongiorno a tutti e complimenti a voi di Nurse 24 che state facendo passi da giganti con una iniziativa davvero sfidante e che sembra già abbiate vinto! 
Lei dirige il Dipartimento Infermieristico Ostetrico AUSL 7 di Siena, è stato l’artefice del modello see and treat toscano, quali risultati avete raggiunto? 
Abbiamo avuto risultati stupefacenti, quando partimmo ci aspettavamo diffidenza dei cittadini, ostracismo dei medici ed anche dei colleghi non coinvolti nella sperimentazione, invece salvo rarissimi casi, l’integrazione coi medici di PS è stata eccellente, i colleghi non sono stati sempre iper collaboranti ma mai di ostacolo e gli assistiti … ci hanno testimoniato l’apprezzamento nei modi più disparati.
I dati parlano chiaro, il See and Treat ha  ridotto le attese ed il tempo complessivo di permanenza in PS, il tasso di allontanamento spontaneo da PS mentre ha ottenuto il miglioramento del trattamento del dolore, e la soddisfazione degli utenti, che secondo le indagini del MeS, e non autoreferenziali, mostrano per il S&T  tutti gli indicatori migliori rispetto ai percorsi tradizionali del PS. Alcuni di questi dati sono stati confutati ma non quelli degli assistiti e, soprattutto, non l’elemento che ci stava più a cuore: la dimostrazione che l’infermiere certificato per quelle tecniche, per la presa in carico complessiva dell’assistito, door to door, le avrebbe assicurate in sicurezza e con standard d’intervento ottimali. A questo punto è in atto la seconda fase dell’esperienza toscana, quella della diffusione del percorso che entro tre anni deve esser disponibile in tutti i PS /DEA toscani; scontiamo però alcuni difetti di crescita: non abbiamo raggiunto un accordo per valorizzare economicamente la funzione, non ci siamo del tutto affrancati da alcuni pareri contrari della rappresentanza istituzionale locale medica, dobbiamo migliorare i protocolli ed aumentarli di numero anche attraverso accordi per la diagnostica strumentale per poter procedere davvero a riorganizzare i percorsi nei PS /DEA anche sulla base del disposto del febbraio della Conferenza Stato Regioni. Nonostante tutto ciò, l’esperienza toscana del See and Treat va avanti:
attraverso il libro omonimo, edito da Giunti, è offerta a tutti per possibili repliche fuori dalla Toscana, attraverso la partecipazione al Progetto EnPros Emergency Nurse Professional’s Skills to improve quality in health service, progetto dell’agenzia nazionale Leonardo, coordinato a livello nazionale  dall’AO Città della Salute e della Scienza di Torino ci confrontiamo con i colleghi del See and treat inglese e grazie ad ANIARTI proveremo ad inserire il S&T anche nelle future linee guida nazionali per il triage, attese entro l’anno prossimo.
La Bozza di accordo Stato-Regioni sull’ampliamento delle competenze e delle responsabilità infermieristiche, che risultati potrà concretamente produrre secondo Lei nel lavoro quotidiano degli infermieri?
Intanto domandiamoci perché questa bozza è ancora tale e domandiamo: al sistema servono infermieri con competenze ‘evolute’?  se si perché questi ritardi? Se no, archiviamo! Ovviamente essendo il See and treat stato uno degli elementi che hanno attivato la discussione io non posso che sostenere che serve un infermiere con competenze specialistiche. Sono pienamente d’accordo con quanto ha dichiarato, a voi di nurse 24,  uno dei miei ‘maestri’, Antonella Santullo, è necessario prevedere nelle nostre organizzazioni l’infermiere specialista integrato con quello generalista, serve dare coerenza tra le competenze agite, il riconoscimento economico e l’organizzazione.
Dovremmo assegnare gli infermieri ai servizi in base alle loro competenze e far corrispondere incarichi distinti a competenze distintive. Organizzare i servizi in logica sempre più personalizzata e meno standard, vale per le competenze ed anche per gli orari. La bozza indica una strada, condivisibile, a patto si proceda sgombrando il campo da possibile equivoci, non solo nel metodo ma anche nelle ricadute operative e si proceda decisamente anche nel definire ruolo e rapporti con le Università, coi diversi atenei.
Nella domanda precedente, si fa riferimento ad un bozza di accordo che parla di ampliare competenze e responsabilità; nel periodo di crisi economica che stiamo vivendo, a suo parere, e possibile che venga aggiunta la voce “retribuzione” negli ampliamenti previsti?
Non lo potremo ottenere nell’accordo della CSR ma è una partita che dobbiamo giocare, ci dobbiamo dotare di strumenti contrattuali che consentano di riconoscere il merito molto più e molto meglio di quanto è possibile fare oggi. Serve una seria riflessione in seno alla professione, si rischiano spaccature illogiche, superabili con la trasparenza e costruendo un sistema aperto; quando avremo un quadro condiviso lo potremo proporre con forza alle organizzazioni sindacali, il momento è ora. Nei prossimi lustri è confermato che dal sistema usciranno molti medici, ammesso che si riesca a superare tutti gli ostacoli che ancor ora si frappongono a riorganizzare il sistema innovandolo, si potrebbero liberare risorse da sfruttare, almeno in parte, per definire un sistema contrattuale più appropriato per l’infermiere e gli altri professionisti sanitari.
Rientriamo nel contesto clinico-sociale, aumentano i pazienti con patologie croniche, le risorse economiche destinate alla sanità si riducono, in relazione alla definizione di assistenza infermieristica definita dal profilo professionale D.M. 739-94, Le chiedo allora che futuro prevede per l’infermiere in relazione ai termini “preventiva” ed “educativa”, pensa si stia facendo abbastanza in questo senso?
No, non abbastanza, troppo spesso l’infermiere è schiacciato dalle ‘cose da fare’ che non riesce sempre nemmeno a fare assistenza infermieristica ma magari assicurare solo la continuità terapeutica. So di esagerare ma purtroppo vorrei esser davvero stato iperbolico, non lo credo. Eppure le funzioni che lei ha richiamato sono centrali per il sostentamento del sistema sanitario per come lo abbiamo conosciuto finora. Dobbiamo occuparci dei nostri assistiti con prospettiva diversa:  in ospedale assicuriamoci negli ultimi giorni di ricovero che possano gestire la terapia a casa, facciamoli provare sotto il nostro sguardo ed a domicilio occupiamoci del care giver, spesso spaesato eppure sempre più importante per l’assistito. Approfitto per riportarvi due iniziative che credo di valore assoluto che svolgiamo nella mia azienda senese. In tema di guida all’autogestione della malattia, da anni, grazie alla lungimiranza delle colleghe Bagaggiolo e Trapè, svolgiamo i programmi di self management ideati dalla Stanford University secondo i quali infermieri  formati conducono gruppi di pazienti cronici sviluppandone le competenze per l’autogestione e la ricerca del benessere con ottimi risultati in termini di soddisfazione ma anche di … emoglobina glicata! Sulla prevenzione poi abbiamo attivato un laboratorio teatrale che è diventato in seguito  la ‘Compagnia dipio’… pare ci sia anche un account facebook …  che ha già portato sul palco alcune volte uno spettacolo dal titolo ‘la salute va in scena’ dove attraverso scenette, musica e balli si sollecita il pubblico all’adozione di  corretti stili di vita. Insomma si fa poco ma si deve e si può fare di più anche essendo creativi, come lo siete stati voi con nurse24 e la federazione IPASVI con la sezione dedicata sul sito web.           

Tocchiamo ora un tasto più caldo, la Valutazione, Lei si è trovato e si trova spesso a dover valutare le competenze e le performance dei suoi collaboratori, quali sono le difficoltà che incontra maggiormente?
Il tema non è caldo, è strategico; chi di noi non apprezza un feed back onesto? Chi non vorrebbe una pacca sulla spalla quando ‘sente’ di aver fatto bene e non accetta di buon grado un rimprovero se giusto? Allora parliamo con serenità della valutazione dei professionisti. Anche in questo caso mi si conceda un excursus personale, in azienda usl 7 di Siena, da anni esiste una procedura per la valutazione del personale, punteggio espresso in centesimi, procedura ben fatta e condivisa da tutte le componenti poi quando si tratta di usarla … quest’anno io ho fatto valutazioni di seconda istanza per punteggi di 84/100 vuol dire che quel collega si aspettava di più ed io mi domando: quanti di noi a ‘scuola’ prendendo otto e mezzo tornavano a casa arrabbiati? Io no. Il primo punto allora è l’onestà, la coerenza; costruiamo un sistema di valutazione onesto e facciamola con giudizio e trasparenza. Dobbiamo trovare il tempo di farla bene, cioè prevedendo un colloquio dove si assegnano gli obiettivi, uno o più di monitoraggio, intermedi, ed uno finale dove ci si confronta sui risultati ottenuti. L’altra difficoltà è disporre di dati per limitare la discrezionalità del valutatore ed anche se qualcosa si può fare, anche più di qualcosa in molti casi, teniamo bene a mente che non è superabile un margine di discrezionalità che ci riporta al primo punto, giustizia e trasparenza. Certo la disponibilità di dati rende tutto molto più semplice, se io posso dice ‘cara Francesca, tu hai completato solo il 78% delle valutazioni infermieristiche di ingresso e lo standard atteso era il 90 …’ è molto meglio che dire ‘Cara Francesca, non posso dire tu non ti sia impegnata ma io mi aspettavo di più da te …’  Infine vi riporto che è recente una delibera regionale che rende obbligatoria la valutazione individuale dei professionisti del SS Toscano, questa prevede che anche per gli operatori del comparto ci siano una quota dell’indennità di risultato collegata alla performance del singolo, il 20% mentre è il 40 per i medici, e non solo di gruppo, interessante no?  

Al personale che valuta, cosa non ha mai detto ma vorrebbe dire? Esistono infermieri di serie A e infermieri di serie B?
Provocatoria… in un rapporto di reciproca fiducia o quantomeno di rispetto tra valutatore e valutato, col dovuto metodo e garbo, non c’è niente che non si possa dire, e per certi versi non si debba dire. Credo di non aver mai fatto sconti, magari, per eccesso di diplomazia, mi sarà capitato di non esser stato del tutto compreso ma, non mi pare di averne avuto danno mentre spero di non averne recato….
La seconda domanda si collega a quanto accennavo in precedenza ragionando sulla revisione contrattuale, torno quindi a dire che dobbiamo attivare gli infermieri specialisti e distinguere gli infermieri per quello che fanno non per quello che sono, un giudizio di merito non di valore.
Esemplifichiamo attraverso il S&T, la delibera toscana dice che tutto il personale del PS/DEA dovrà esser formato; primo punto, diamo per scontato che tutti saranno certificati? Sarebbe un errore, e allora? Tutti devono poter esser certificati poi qualcuno non ce la farà come succede sempre in ogni campo dove si faccia misurazione.
Secondo punto, la delibera dichiara non si prevedano automaticamente maggiori compensi, si deve intendere che l’infermiere che sutura una ferita, somministra farmaci e li ‘raccomanda’ per la prosecuzione del trattamento firmando il verbale di PS ha le stesse competenze e responsabilità del suo collega impegnato al centro prelievi? È un errore, diamo più soldi a chi ha quella certificazione, sarebbe un errore anche questo, a mio parere, in questo ed in molti altri casi ci dovrebbe essere un riconoscimento a funzione agita.
Ad una posizione di lavoro corrisponde un riconoscimento economico distintivo, chi la occupa lo riscuote, tutti i certificati ruotano sulla postazione.
Il sistema è aperto, chi non è certificato oggi può esserlo domani, e riconosce merito e responsabilità. Non ci sono infermieri di serie a e b, ci sono infermieri generalisti e specialisti e ci sono posti di lavoro richiedenti competenze specifiche che possono essere distintive tra gli infermieri.

Infine concludo, se potesse andare avanti nel tempo, fra trent’anni come immagina sarà organizzata la sanità italiana? Chi farà cosa?
a.d. 2045 wow … allora io avrò ottant’anni, sarò in pensione da … cinque, avrò una ipertensione in buon controllo, dolori articolari ed ancora tutti gli organi parenchimali al loro posto, sarò stato operato per la vista … i miei segni vitali sono controllati giornalmente dal mio infermiere di fiducia, collabora col medico di famiglia ma mentre questo lo vedo quattro volte l’anno, Pietro, il mio infermiere, viene da me tutte le settimane e con quella macchinetta che ai miei tempi si chiamava telefonino mi fa tutti i controlli, mi regola la terapia, la prendo attraverso un impianto sottocutaneo, ed è soprattutto lui che fa si che non debba andare in ospedale… l’ultima volta, quando sono andato per i calcoli renali.. un esperienza … è stato come entrare in un frullatore … in tre giorni mi hanno tolto il dolore e liberato dai calcoli .. dicono sciogliendoli… certe apparecchiature che ai miei tempi nemmeno si sognavano …
Tornando seri, voglio astenermi rispetto ai destini del SSN, mentre credo scontato un ruolo decisivo dell’informatica, della biotecnologia, della terapia genica, tutte quante inserite in contesto che darà sempre valore al contatto umano; la cura sarà fatta per lo più a casa, gli ospedali ancor più ridotti di numero,  i medici saranno in numero … europeo ed avranno visto crescere nuove specializzazioni rivedendo la frammentazione delle attuali, gli infermieri e gli altri professionisti sanitari avranno prima ottenuto pieno riconoscimento e poi rivisto anche il loro intervento dovendolo integrare e distinguere da quello degli assistenti di base, delle badanti professionali e, soprattutto dell’empowerment degli assistiti che valorizzano ormai, sempre di più, le nostre competenze relazionali, la nostra capacità di care. Fare l’infermiere sarà sempre difficile ma continuerà  ad essere un lavoro così bello … 


Cercasi 70 infermieri professionali. Destinazione, Regno Unito.


Lecce. Il Regno Unito cerca 70 infermieri professionali: sarà il consigliere Eures della provincia di Lecce a curarne la preselezione nel Salento
 
Nuova opportunità di lavoro per gli infermieri e i ferristi disposti a trasferirsi in Gran Bretagna. L’agenzia di reclutamento Best Personnel Ltd, in collaborazione con la Rete italiana Eures e con NHL Trust (il Servizio sanitario nazionale del Regno Unito), ricerca 40 infermieri professionali di varie specialità e 30 infermieri professionali ferristi. Il tipo di contratto previsto è a tempo determinato, full time per 38 ore settimanali, per una durata minima di 6 mesi.

Per i candidati ai 40 posti di infermiere professionale è richiesta, in particolare, un’esperienza di almeno 6 mesi in una delle seguenti specialità: ortopedia, pronto soccorso, pediatria, geriatria, neonatologia, nefrologia, neurologia, medicina generale, psichiatria. Tra gli altri requisiti la conoscenza dell’inglese almeno a livello B2. Le domande dovranno essere presentate entro il 9 luglio prossimo. Per i 30 posti destinati ad infermieri professionali ferristi è richiesta, invece, un’esperienza di 6 mesi post laurea in sala operatoria. La scadenza per partecipare è il 12 luglio prossimo.

Dopo le fortunate esperienza della prime due selezioni nel settore sanitario tenutesi tra ottobre scorso ed in questo mese di maggio, si è deciso di riproporre  l’iniziativa che ha già riscontrato grande soddisfazione da parte dell’Agenzia Bpl, con sede in Irlanda, sia per l’ottima formazione dei candidati italiani, che per la professionalità con cui la rete Eures Italia ha coadiuvato il reclutamento. Anche in questa terza selezione, la Provincia di Lecce avrà un ruolo attivo tramite il suo consigliere Eures che opera nell’ambito dell’assessorato provinciale alla Formazione professionale e Politiche del lavoro guidato da Ernesto Toma. Al consigliere Eures della Provincia di Lecce Bernadette Greco, in particolare, è affidata la preselezione delle candidature degli interessati residenti – domiciliati nel Salento (Lecce, Brindisi e Taranto). Le candidature pre – selezionate saranno inviate alla Best Personnel Ltd che sceglierà i candidati da invitare ad un colloquio iniziale in inglese via Skype.

“La Rete di informazione e orientamento sul mercato del lavoro comunitario Eures, presente in Provincia di Lecce, prosegue il suo impegno nell’offrire nuove opportunità ai giovani salentini che, attraverso un’esperienza lavorativa all’estero, potranno accrescere la propria preparazione professionale e maturare un bagaglio di esperienze ulteriormente spendibile sul mercato del lavoro”, dichiara l’assessore alle Politiche del lavoro della Provincia di Lecce Ernesto Toma. Tutti i candidati dovranno frequentare il periodo di training e preparazione fornito dalla  struttura ospedaliera in modo da adattarsi al funzionamento del sistema sanitario locale.

I candidati interessati a partecipare e residenti-domiciliati nel Salento (Lecce, Brindisi e Taranto) potranno inviare un curriculum vitae modello Europass, in lingua italiana e inglese, al servizio Eures della Provincia di Lecce, bgreco@provincia.le.it , oggetto: “40 infermieri professionali – offerta maggio 2013”, oppure “30 infermieri ferristi – maggio 2013”. Nel curriculum dovrà essere dichiarata e sottoscritta la disponibilità a prendere servizio presso la sede di lavoro assegnata, sull’intero territorio inglese, compresa l’Irlanda del Nord.

I candidati interessati a partecipare, ma residenti-domiciliati in altre province o regioni potranno inviare la stessa documentazione al consigliere Eures di riferimento. L’elenco dei servizi Eures attivi sul territorio nazionale potrà essere consultato al link http://www.cliclavoro.gov.it/Cittadini/Pagine/Cerca-Sportello.aspx , selezionando la città di residenza e come tipologia di sportello “Eures Adviser



Infermieri in protesta contro "l'inerzia dell'azienda" Tutti a terra in un flash mob

Bibbiena ed il Casentino? Perché Bibbiena è un simbolo, anzi il simbolo dell’incapacità aziendale di fare fronte alle carenze organizzative. E’ in Casentino che il problema è più grave e cronicizzato

Arezzo, 7 giugno 2013 - Hanno deciso di mettere in piedi un flash mob. Una maniera certo pacifica, ma altrettanto incisiva di protestare, molto diffusa oggi. E non solo tra i giovani. Infatti a manifestare, ieri mattina alle 10, sono stati gli infermieri della Asl8. Il flash mob è stato organizzato davanti all’ospedale del Casentino, a Bibbiena. I sanitari si sono raccolti all’esterno del nosocomio e poi si sono gettati a terra in contemporanea. Un gesto che intendeva comunicare, come hanno spiegato, il loro “essere esausti”.

L’appuntamento era stato organizzato dal NurSind, il sindacato delle professioni infermieristiche. Così gli infermieri , con un gesto semplice quanto carico di significato, hanno voluto protestare contro l’azienda che, hanno spiegato “nonostante le ferie sarebbero dovute decorrere dal primo giugno, non ha presentato ai sindacati un piano su come intende gestire il periodo estivo né ha comunicato chi e quanti saranno i rinforzi”. Dito puntato quindi contro la Asl che non sarebbe in grado di coprire i turni e non darebbe garanzie adeguate di potere usufruire di ferie e riposi.

E la protesta si è svolta proprio a Bibbiena, da anni simbolo delle carenze organizzative dell’azienda. Infatti già tre anni fa sempre nel capoluogo casentinese il Nursind riuscì a portare l'azienda in prefettura grazie alla dichiarazione dello stato di agitazione. Ma neppure allora la questione venne definita in maniera stabile. “Infermieri Esausti” era questo lo slogan della manifestazione. Ma gli infermieri sono anche stanchi   del continuo balletto di cifre fornito di volta in volta dall'azienda, cifre che alla fine non garantiscono dotazioni organiche serie ed adeguate alla nuova organizzazione.

Perché, come ha spiegato il sindacato “Gli infermieri sono stanchi di aspettare sostituzioni che arrivano in ritardo o che non arrivano affatto come nel caso delle maternità. Gli infermieri vogliono dare garanzie del loro operato affinché questo sia sempre appropriato  e sicuro”. Per questo ieri mattina hanno deciso di manifestare ancora una volta. Per far sentire, senza demordere, la propria voce.  Nell’interesse della loro professionalità, ma soprattutto dei pazienti.





BARI - Pronto soccorso, è allarme "Pochi infermieri, un disastro"

La situazione è esplosiva: i primari dei reparti di emergenza-urgenza lanciano l'allarme in vista dell'arrivo dell'estate. Troppe carenze di personale, soprattutto infermieristico, rischiano di bloccare definitivamente la macchina della prima assistenza. Le condizioni più difficili al Policlinico

LA SITUAZIONE nei pronto soccorso baresi è esplosiva, ai limiti della catastrofe. I primari dei reparti di emergenza- urgenza della città lanciano l'allarme in vista dell'arrivo dell'estate. Troppe carenze di personale, soprattutto infermieristico, rischiano di bloccare definitivamente il sistema di emergenza pubblico. Le condizioni più difficili sono al pronto soccorso del Policlinico. Nel più grande reparto barese l'affluenza dei pazienti è aumentata già del 15 per cento "e aumenterà ancora fino a punte del 20 per cento tra luglio e agosto" afferma il primario Francesco Stea. La sala rossa è perennemente occupata, mentre la sala d'aspetto è sempre più affollata, con attese per le visite che sfiorano anche le dieci ore. Una situazione di tensione che può rivelarsi pericolosa anche per il personale. L'ultimo caso di aggressione si è verificato tre sere fa. Un uomo ha aggredito tre infermieri e una dottoressa "colpevoli" di non aver guarito in tempo la sua ferita a una mano.

"Queste aggressioni ormai sono all'ordine del giorno  -  dice ancora Stea  -  ma non riguardano solo il nostro reparto. Orma il pronto soccorso del Policlinico è il punto di riferimento principale per i pazienti di tutta la provincia di Bari. Fortunatamente nei prossimi giorni dovrebbero arrivare i primi rinforzi grazie alle deroghe al blocco del turn over ottenute a marzo". Il problema, però è che questi rinforzi arrivano a rilentoMa il paradosso è che nel momento in cui arriveranno tre nuovi infermieri, andranno via in dodici.

Il conto finale è sempre negativo e la carenza di personale rimane il problema principale per quelli che sono ormai dei veri e propri fortini assediati dai pazienti. "Alla faccia dello sblocco delle assunzioni  -  commenta Antonio Mazzarella, segretario regionale della Cgil medici  -  le deroghe non sono ancora operative, ma soprattutto non fanno altro che mantenere in servizio quelli che già c'erano e sarebbero stati licenziati. Bisogna tenere conto che nei tre anni del piano di rientro abbiamo perso 2600 dipendenti in tutta la Puglia. Tre anni terribili in cui i reparti di emergenza hanno subito i tagli maggiori ".

Per questo motivo Mazzarella avverte: "A luglio questa situazione scoppierà. Nell'incontro di lunedì prossimo con l'assessore alla Sanità Elena Gentile chiederemo risposte immediate da parte della Regione". Se la passano male anche i pronto soccorso della Asl di Bari: "Non so cosa stia succedendo nei piccoli ospedali della provincia, ma siamo in continua difficoltà, alle prese con un affluenza crescente di pazienti  -  afferma il primario del reparto del Di Venere, Carlo Marzo  -  a luglio scadono i contratti di tre infermieri. Altri tre sono già in maternità. Siamo in attesa di notizie positive nei prossimi giorni. In caso contrario a luglio la situazione potrebbe diventare catastrofica. Se non arriveranno rinforzi di personale andrà in tilt l'intero sistema".

Gli fa eco anche Antonio Martiradonna, direttore del reparto del pronto soccorso del San Paolo, che il mese scorso ha scritto una lettera indirizzata alla direzione generale della Asl di Bari per avvertire del pericolo imminente. A partire da questo mese infatti il pronto soccorso del San Paolo si ritroverà con 5 infermieri in meno. Tutta colpa delle deroghe
di marzo scorso. Molti infermieri precari preferiscono infatti abbandonare i loro posti con contratto a tempo determinato negli ospedali dell'Asl per farsi assumere a tempo indeterminato dal Policlinico: "In organico sono previsti 33 infermieri  -  dice Martiradonna  -  attualmente ce ne sono 21 e tra qualche giorno rischiano di ridursi a 16. Così non si può lavorare. Spero che con le prossime deroghe previste per luglio si riesca a dare qualche assunzione in più nei reparti di emergenza-urgenza di Bari".

Pino Vitale, segretario aziendale della Cisl per il San Paolo di Bari avverte: "Serve un intervento urgente dei livelli istituzionali regionali per facilitare il reclutamento degli infermieri. Bisogna investire sul pronto soccorso e aprire le osservazioni brevi. La Regione si mobiliti al più presto per potenziare il settore dell'emergenza- urgenza".



Fonte: repubblica.it

Studio Choc: bere sperma fa bene alla salute!

Uno studio alquanto sorprendente è stato realizzato in queste ore da una serie di esperti scienziati, i quali con le loro ricerche sono riusciti a dimostrare come bere sperma umano possa fare bene alla salute delle donne!
Il tutto grazie agli elementi nutritivi che esso contiene, tra cui vitamine, proteine e fruttosio. In particolare lo sperma sarebbe ricco di vitamina C, che normalmente si trova nella frutta e nelle verdure.
Gli scienziati hanno messo in evidenza come lo sperma può essere un vero toccasana per la salute delle donne, ma non per quella degli uomini: bere sperma umano per l’uomo, infatti, riduce le sue possibilità di produrre. L’ interesse del maschio, invece, è che la maggior parte del proprio sperma raggiunga le uova della donna.
La notizia di sicuro renderà felici un bel po’ di donne, meno altre che alla lettura di tali news faranno la faccia disgustata. Tuttavia non è la prima volta che uno studio mette in evidenza gli effetti benefici dello sperma.
Qualche mese fa, per esempio, era stato messo in evidenza come lo sperma potesse essere un ottimo toccasana anche per il mal di gola. Bere sperma umano poteva aiutare a guarire il mal di gola senza l’utilizzo di farmaci e antibiotici. Anche questo era stato provato scientificamente


venerdì 9 novembre 2012

Accordo Alitalia - Humanitas Tariffe agevolate per i pazienti

È valida anche per i pazienti diretti all'ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo l'accordo siglato tra l'Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e Alitalia, intesa che prevede tariffe agevolate Alitalia, fino al 35%, a favore di pazienti e familiari che si rivolgono all'ospedale lombardo.

Lo rende noto la stessa struttura con un comunicato. Ogni anno sono oltre 50mila i pazienti che vanno all'Humanitas per un ricovero, di cui il 30% da fuori Lombardia. "Alitalia, riconoscendo il valore dell'attività svolta da Humanitas - spiega la nota - ha accolto favorevolmente la richiesta dell'Istituto di individuare agevolazioni tariffarie per i propri pazienti che si recano a Milano per esami, ricoveri, visite mediche o altre prestazioni ambulatoriali".

Si tratta del primo ospedale policlinico italiano ad attivare con Alitalia una convenzione di questo tipo. L'iniziativa si affianca ad altri servizi di accoglienza, come convenzioni con alberghi, ristoranti, con particolare attenzione ai pazienti del Cancer Center. Dal 1 novembre 2012 dunque, per i pazienti di Humanitas e i loro accompagnatori, sono disponibili riduzioni fino al 35% (compatibilmente con la disponibilità al momento della prenotazione) da tutti gli scali italiani serviti da Alitalia per voli diretti a Milano Linate, andata e ritorno.

Le tariffe non sono soggette a limiti di permanenza e sono da intendersi valide solo sulle rotte per Milano Linate e non viceversa. Per prenotare con la convenzione Alitalia il paziente, dopo aver prenotato visita medica, ricovero o esame presso Humanitas, può telefonare al numero 02.8224.2269 o scrivere a ufficio.viaggi@humanitas.it, precisando di avere un appuntamento presso l'ospedale. Il pagamento può avvenire solo con carta di credito. La convenzione è valida anche per i pazienti diretti all'ospedale di Castellanza (Varese).

Fonte:L'eco di bergamo.it

Amici di sesso. Per 7 giovani su 10 è meglio dell’amore

Come nel sexting, anche nella ricerca di un amico con cui fare sesso emerge l’urgente desiderio dei giovani di esplorare la sessualità pur in assenza di una relazione solida. Ma a differenza dalle altre forme di sesso occasionale, tra gli amici di sesso c’è un legame affettivo. Con i suoi pro e contro.


08 NOV - I legami stretti fanno paura. Infatti, secondo una recente ricerca dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) su affettività e sessualità, per 7 giovani su 10 è meglio parlare di “amici di sesso” piuttosto che di amore. Ma è possibile vivere una relazione senza scottarsi? Di questo si parlerà oggi nel nuovo video-chat di ‘Se sso è meglio” sul portale Diregiovani.it.

Come nel sexting – neologismo utilizzato per indicare l’invio di messaggi e immagini a sfondo sessuale – anche nella ricerca del trombamico, o amico di letto, l’adolescente “si trova alle prese con il desiderio di sperimentare ed esplorare la propria sessualità emergente evitando d’incontrare in modo decisivo la realtà delle proprie emozioni e dei propri sentimenti”, spiegano gli esperti dell’Ido che curano la rubrica ‘Se sso è meglio!’ e rispondono alle domande che arrivano allo spazio di consulenza on line ‘Chiedilo agli Esperti’ sul sito Diregiovani.it.

“Vivere la sessualità all’interno di una relazione priva di impegno verso l’altro - hanno proseguito gli esperti - come avviene appunto tra gli amici di letto, può rappresentare per molti ragazzi un modo di tenere a bada e controllare i normali timori di un'apertura all'altro più profonda”. Sexting e gli amici di sesso sono quindi due argomenti “molto complessi, soprattutto perché le ripercussioni sui vissuti dei più giovani non sono immediatamente percettibili, ma si evidenziano nel tempo. Se ad esempio pensiamo al sexting - hanno precisato - diventa importante far notare ai più giovani che una foto una volta inviata non può essere più gestita né recuperata. Le foto, se anche condivise con una persona di fiducia, si possono diffondere in modo incontrollabile, passando dal gruppo di amici all’intera scuola e se postate sul web diventano potenzialmente visibili in tutto il mondo”.

Inoltre, “è doveroso chiarire che la l’amicizia per sesso si differenzia dalle altre forme di sesso occasionale perché i due amici tendono a confidarsi sulle proprie relazioni e conquiste e spesso si coinvolgono in discussioni sul bisogno di darsi una definizione ponendosi domande come ‘cosa stiamo facendo?, ‘quali sono i confini?’, ‘ma è la cosa giusta?’ Tutti quesiti che fanno pensare ad una certa complicità e confidenza, come a segnalare un primo e rudimentale approccio ai sentimenti”.

Tuttavia gli amici coinvolti in una relazione sessuale possono vivere in equilibrio “solo se c’è corrispondenza tra i bisogni di entrambi, poiché nel tempo malumori o gelosie potrebbero compromettere l’amicizia o comunque la serenità”.

Insomma, tenere separata la sfera sessuale da quella sentimentale è davvero molto difficile. E l’amicizia di sesso può “finire quando uno dei due trova un’altra storia spesso più accattivante, oppure può in alcuni casi trasformarsi in un vero rapporto sentimentale che potrà essere reso pubblico. Comunque resta il rischio che con queste modalità relazionali la parte più emotiva e affettiva dei rapporti - ha concluso l’équipe di psicoterapeuti e medici dell’IdO - possa passare in secondo piano, senza essere sufficientemente ascoltata e compresa”.

Per chi oggi volesse parlare direttamente con un esperto, ‘Se sso è meglio!’ proporrà la possibilità di interagire in tempo reale con un servizio di chat live di un’ora e fruibile dalle 15 alle 16


fonte: QS

Procreazione, le madri di bambini in provetta potranno disconoscerli

Le madri che hanno avuto un figlio in provetta potranno disconoscerlo, al momento della nascita, così come già avviene per le donne che lo danno alla luce al termine di una gravidanza naturale. Lo prevede un emendamento approvato dalla commissione Affari sociali della Camera che modifica la legge 40, sulla procreazione assistita.
L'EMENDAMENTO - La commissione sta esaminando una legge che contiene misure a sostegno della segretezza della gravidanza. A questo disegno di legge Antonio Palagiano (Idv) ha presentato un emendamento che modifica la legge 40, nel punto che vieta il disconoscimento del bambino alle donne che hanno una gravidanza a seguito della fecondazione assistita (l'articolo 9, comma 2). Il presidente della commissione, Giuseppe Palumbo (Pdl), ha espresso parere positivo all'emendamento e tutti i gruppi hanno votato a favore, con l'esclusione della Lega. (Fonte: Ansa)


Ospedali, tagliati 7.400 posti lettoFormigoni: «Invasivo e anticostituzionale»

Dovranno diminuire di almeno «7.389 unità» (2.337 nella sola Lombardia) i posti letto nelle strutture ospedaliere italiane in attuazione della spending review. Lo scrive in una nota il ministero della Salute, che sottolinea anche che le Regioni che già si trovano sotto la percentuale di 3,7 posti per mille abitanti avranno invece la facoltà di aumentarli fino a questo tetto.
IL MINISTERO: RICONVERSIONE, NON TAGLI - «Più che di tagli parlerei di riconversione perchè anche se si sono ridotti i posti letto, questi sono destinati agli anziani, la riabilitazione e la lunga degenza - ha spiegato a Tgcom24 il sottosegretario alla Salute, Elio Adelfio Cardinale - Per questo c'è questa eliminazione di sprechi. In ogni ospedale ci sono reparti col tasso di occupazione del 15%. In queste situazioni bisognava intervenire da tempo e questo governo è dovuto intervenire in tempi brevi». Cardinale ha anche spiegato che in questo modo si arriverà a un «accorpamento di ospedali dove ci sono 15 primariati di cardiologia o chirurgia».
FORMIGONI: «INVASIVO E SBAGLIATO» - Ma il governatore lombardo Roberto Formigoni contesta l'azione «sia dal punto di vista del metodo sia nel merito» e annuncia che si batterà in ogni sede per cambiare i contenuti del decreto: «Da un punto di vista del metodo - spiega il presidente - il documento si caratterizza per una estrema invasività nelle competenze regionali, sancite dall'articolo 116 della Costituzione. Nel merito ci sono una serie di prescrizioni molto vincolanti e sbagliate, che riguardano in particolare la mobilità sui ricoveri, l'erronea considerazione delle cure sub acute e dei relativi posti letto e l'esclusione dal sistema delle strutture private con meno di 80 letti».
LO SCHEMA DEI TAGLI - Il ministro della Salute, Renato Balduzzi, insieme al ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, ha inviato uno schema di regolamento alla Conferenza Stato-Regioni. L'argomento è la «Definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera». Al 1 gennaio in Italia erano presenti 231.707 posti letto (3,82 ogni mille abitanti) di cui 195.922 per pazienti acuti, cioè per quelli la cui malattia dura poco nel tempo (3,23 ogni mille abitanti), e 35.785 per post-acuti (0,59), o lungodegenti. La legge 135/2012 indica come obiettivo una media complessiva di 3,7 posti letto per mille abitanti, di cui 0,7 deve essere dedicato a riabilitazione e post acuti e i restanti 3 per gli acuti.
-14.000 POSTI PER PAZIENTI «ACUTI» - Le Regioni che ad oggi presentano un numero di posti letto superiore a quello previsto dai nuovi standard dovranno provvedere alla riorganizzazione, quelle in una situazione di posti inferiore a questa stima avranno la facoltà di aumentarli. I posti quindi passeranno a 224.318 in totale, di cui 181.879 per pazienti acuti (-14.043) e 42.438 per lungodegenti.
I TAGLI REGIONE PER REGIONE - In base alle tabelle quattro regioni (come detto la Lombardia, che perde 2.337 posti di cui 911 per i lungodegenti, l'Emilia Romagna, il Lazio e il Molise) e la provincia di Trento dovranno diminuire posti in entrambe le tipologie. L'Umbria potrà incrementare entrambe le categorie, il Piemonte dovrà ridurre i lungodegenti e potrà aumentare quelli per acuti. Le regioni rimanenti (Valle d'Aosta Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Toscana, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) e la provincia autonoma di Bolzano, al contrario potranno aumentare i posti per lungodegenti e dovranno diminuire quelli per acuti. In sei (Liguria, Toscana, Abruzzo, Campagna, Puglia e Sicilia) il numero dei posti letto, per effetto del gioco dei saldi, potrà complessivamente aumentare.
I CORRETTIVI - «I calcoli - sottolineano dal ministero - si basano sulla popolazione generale di ogni Regione pesata e corretta in base alla percentuale di anziani e ai flussi di mobilità ospedaliera tra Regioni. Il correttivo tiene anche conto del fatto che alcune Regioni registrano una mobilità attiva, in quanto i propri ospedali attraggono pazienti residenti altrove».
 
Fonte: Redazione Online corriere.it
 
 
 

venerdì 19 ottobre 2012

Il paziente fuggì in Olanda ...Assolti due infermieri

 
PALERMO - Non ebbero alcuna responsabilità nella fuga di un paziente dall'ospedale in Olanda. Cade l'accusa di abbandono di incapace. La Corte di appello di Palermo ha assolto Giuseppe Sofia e Rosa Maria Amato, infermieri dell'Unità operativa del dipartimento di Salute mentale dell'ospedale Cervello. In primo grado erano stati condannati a sei mesi ciascuno.

Secondo l'accusa, gli imputati non si erano presi cura di un paziente che si era così allontanato in un pomeriggio del maggio 2006. L'uomo era giunto in ospedale in esecuzione di un ordine di Trattamento sanitario obbligatorio disposto dal sindaco su richiesta del dipartimento di Salute mentale dell'allora Azienda sanitaria locale 6. Un provvedimento poi non convalidato dal giudice. Approfittando della temporanea assenza di sorveglianza, il paziente si era dato alla fuga. Sarebbe stato rintracciato alcuni giorni dopo in Olanda.

I legali hanno sempre sostenuto che le carenze strutturali del reparto - che i carabinieri del Nas avrebbero riscontrato l'anno dopo -, il mal funzionamento del portone d'ingresso, il continuo transito di personale non autorizzato, giocarono un ruolo determinante nella fuga.
“Unica colpa dei due infermieri - spiega ironicamente l'avvocato Carlo Emma - fu il non avere applicato misure inumane di controllo su un paziente che non mostrava alcun sintomo di pericolosità, né aveva dato adito a sospetto. Quelle stesse misure la cui adozione ha dato vita a casi gravissimi in altre strutture sanitarie d'Italia”. La difesa ha sollevato anche un'eccezione di tipo “formale”: “La mancata convalida del Trattamento sanitario da parte del giudice avrebbe potuto consentire al malato di allontanarsi dal reparto e nessuno, in mancanza di ulteriori elementi di rischio, avrebbe potuto fermarlo”. “Confidiamo adesso - aggiunge l'avvocato Ferdinando Lo Voi - nella definitiva archiviazione del procedimento disciplinare attivato a carico dei due infermieri”.
La sentenza di assoluzione è della terza sezione della Corte d'appello, presieduta da Raimondo Lo Forti, a latere Egidio La Neve e Mario Conte.

Fonte: livesicilia


venerdì 21 settembre 2012

Fumo: tasso di morte per tumore più alto tra i giovani fumatori

ROMA - Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, ogni sei secondi il tabacco uccide una persona. Una nuova ricerca, condotta dall’associazione I-think 1, getta una luce ancora più tragica sul fumo e i giovani. Dai dati elaborati risulta che un quindicenne ha una probabilità di morire di cancro tre volte maggiore rispetto a chi inizia dieci anni più tardi e circa l’87% dei fumatori comincia entro i 20 anni.

La ricerca
. La statistica più allarme è che ogni giorno tra gli 80.000 e i 100.000 ragazzi iniziano a fumare. Nonostante la progressiva riduzione nel numero dei fumatori nei Paesi industrializzati resta preoccupante anche in Italia la percentuale di fumatori giovani. Anche l'impennata che negli ultimi anni ha interessato nel nostro Paese la vendita di tabacco sfuso, più economico delle sigarette, secondo i sondaggi testimonia un consumo legato ad abitudini e mode di consumatori più giovani.

"La vita di un fumatore abituale è di circa 10 anni inferiore rispetto a quella di un non fumatore – afferma il Presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino – e il consumo di sigarette giornaliero medio di un ragazzo non si discosta significativamente da quello di un adulto. I giovani di questo tempo sul tema del fumo sono proiettati nel presente, non vedono la loro salute futura a rischio. Anzi, il rischio diviene valore, il danno
cui ci si espone diventa indice di coraggio".

Il disegno di legge.
E’ ora in discussione un ddl bipartisan che prevede di affrontare il problema alla radice, e ancora una volta, con la prevenzione. Tra le proposte ci sono l'innalzamento a 18 anni per l’acquisto e il consumo di tabacco, l'estensione del divieto di fumo vicino le scuole, sanzioni per chiunque venda tabacco ai minorenni e l'inserimento di un 'bugiardino' che riveli presenza e quantità delle sostanze cancerogene contenute nelle sigarette. Tra le altre proposte contenute nel disegno di legge c’è l'istituzione di un Fondo per la prevenzione e riduzione dei danni del tabagismo.

"Il ddl non ha costi – evidenzia il presidente della Commissione Sanità del Senato, Antonio Tomassini - ed ha già ottenuto la procedura deliberante dalla Commissione Sanità. Stiamo aspettando il via libera della Commissione Bilancio e per l’ok definitivo non ci sarà bisogno del voto dell’Aula. Poi però toccherà alla Camera".

La proposta piace persino ai produttori di sigarette: "Anche noi - afferma Giovanni Carucci, vicepresidente di British American Tobacco Italia - condividiamo l'impianto generale del ddl, che riteniamo molto efficace per contrastare il fumo minorile. E' necessario concentrare gli sforzi sulla prevenzione e l'informazione, al contrario di ciò che sembra emergere a livello europeo, dove si stanno elaborando misure irragionevolmente restrittive, fino a rasentare il proibizionismo, che non ridurranno l'incidenza del fumo minorile ed aumenteranno il contrabbando".

I provvedimenti Ue. A inizio 2011 anche la Commissione Europea, tramite la Direzione generale della salute e della tutela del consumatore, ha avviato una procedura in merito ai possibili sviluppi futuri della regolamentazione del settore. Entro la fine del 2012 la procedura si concluderà con la presentazione di una nuova proposta di direttiva. Secondo una consultazione pubblica, che ha offerto ai cittadini la possibilità di intervenire nel processo di revisione della direttiva, l'85% dei partecipanti si è detto contrario all'introduzione del pacchetto generico e ha espresso la volontà di non cambiare nulla sulla commercializzazione. Per quanto riguarda l'accesso al prodotto, quasi il 50% vorrebbe conservare le regole attuali, mentre il 39% è propenso ad esercitare maggiore controllo mentre la maggioranza degli intervistati suggerisce un controllo legato all'età dei fumatori.
(18 settembre 2012)
 
Fonte:la Repubblica.it
 
 

Problemi di erezione: 9,5% degli uomini si vergogna di parlarne

I problemi di erezione affliggono molti uomini, in tutto il mondo. In Italia, solamente il 9,5% degli uomini si vergogna di parlare di disfunzione erettile. La maggior parte degli uomini italiani, invece, la ritiene una patologia come tutte e quindi tale da essere curata attraverso visite specialistiche, specifiche terapie e farmaci ad hoc.
Tutto ciò è sottolineato nel Libro Bianco ”La DE: cambiamenti nell’immaginario e nella realtà”. Aumenta, a quanto pare, la percentuale di uomini che considera lo stress uno dei motivi principali del
loro flop sotto le lenzuola
 

Sanita': in Italia troppi medici e pochi infermieri, futuro in 'patto' tra operatori

Roma, 20 set. (Adnkronos Salute) - L'Italia, rispetto agli altri Paesi, ha troppi medici e pochi infermieri. Un rapporto da riequilibrare non solo sui numeri. Il futuro del Servizio sanitario nazionale solidaristico e universale passa, infatti, inevitabilmente attraverso un nuovo patto tra le diverse professioni sanitarie, oggi oltre 22, con oltre 600 mila professionisti non medici, il 65% rappresentato proprio dagli infermieri. Lo spiegano gli esperti che oggi si sono confrontati sulle prospettive e su come effettivamente si potrà concretizzare questo percorso, a Roma, alla Libera Università Luspio, nel corso del convegno 'Le professioni sanitarie del futuro', promosso dallo stesso ateneo romano.

Le cifre indicano che nel nostro Paese ci sono più medici pro capite rispetto alla maggior parte degli altri paesi Ocse. Nel 2008, infatti, c'erano 4,2 camici bianchi ogni mille abitanti (media Ocse di 3,2). Gli infermieri, invece, sempre nel 2008 erano 6,3 ogni mille abitanti, un livello nettamente inferiore rispetto alla media di 9 su mille nei Paesi dell'Ocse. "Ma non è solo un problema di numeri e di rapporti da riequilibrare in chiave europea. C'è anche - si legge in una nota - un problema di competenze. E' infatti indispensabile ridisegnare il rapporto tra medici e infermieri attribuendo a questi ultimi nuove competenze Ma non si parte da zero. Diversi esempi di una nuova organizzazione del lavoro tra medici e infermieri sono già in fase di sperimentazione in varie regioni italiane. Come ad esempio il modello 'See and Treat' adottato in Toscana, su proposta della Società di medicina d'urgenza, che consente a infermieri, formati ad hoc, di gestire i codici bianchi nei Pronto soccorso".
Su questa linea sta lavorando da alcuni mesi un tavolo tecnico ministero Salute-Regioni - sul quale si è fatto il punto nel corso dell'incontro di oggi a Roma - con l'obiettivo di delineare le nuove competenze di tutte le professioni sanitarie. Si è iniziato dagli infermieri e poi via via si affronteranno le altre specificità professionali. La previsione è quella di affrontare l'insieme delle altre professioni sanitarie (ad iniziare dai tecnici sanitari di radiologia medica e a seguire tecnici sanitari di laboratorio biomedico, ostetriche, fisioterapisti, audiometristi e audio protesisti, eccetera), sulla base delle scelte di priorità che ministero e Regioni individueranno sia in termini di ridefinizione di competenze che sulla base di unificazione di alcuni profili professionali, per meglio rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro sanitario e della sua formazione universitaria.

Fonte: quotidiano.net



mercoledì 19 settembre 2012

Dopo dieci anni in corsia mandato a casa: “Noi infermieri trattati come merce elettorale”


La testimonianza di Luigi, infermiere precario rimandato a casa dopo dieci anni, scatena un vivo dibattito tra i paramedici che hanno deciso di restare in Molise "A costo di essere mobbizzati dai politici padroni" e quanti hanno fatto le valige e sono partiti "per sganciarsi da una logica ingiusta e affrontare i sacrifici di un regolare concorso". Attraverso i racconti degli infermieri molisani la fotografia di una regione dove i nodi della "politica dei favori" che ha messo le mani sulla sanità stanno venendo al pettine nell’epoca dei tagli e del risparmio

Termoli. La testimonianzA di Luigi ("Noi infermieri trattati come merce elettorale": qui l’articolo) il cui contratto rinnovato di sei mesi in sei tramite ricorso alle agenzie interinali è in scadenza e non verrà rinnovato, ha scatenato un dibattito acceso fra gli infermieri. Chi anni fa ha fatto le valigie e ha lasciato casa e amici per trasferirsi al nord «pur di lavorare con un regolare concorso e senza ricorrere alle raccomandazioni» rivendica una scelta indipendente, coraggiosa e sganciata dalla logica assistenzialista del Molise. Chi è rimasto a casa, chi non è mai andato via dal Molise e ha lavorato in un sistema profondamente malato, dove i tentacoli della politica hanno aggredito (e continuano a farlo) la sanità per garantirsi un bacino elettorale potente, rivendica una scelta altrettanto sofferta, fatta «pur nella consapevolezza che si è destinati a essere l’anello debole della catena» e sottolinea come la stabilizzazione, che non può esserci ai sensi di legge per personale non vincitore di concorso, altrove sia stata parzialmente concretizzata con forme di conciliazione per i precari storici.

A innescare la discussione, che ha visto arrivare in redazione diverse lettere e racconti, la testimonianza di un infermiere termolese che lavora a Bologna. «A me dispiace per chi lavora da interinale da dieci anni, ma nessuno ha costretto queste persone a scegliere la strada delle agenzie interinali o delle raccomandazioni politiche. Queste sono le conseguenze, purtroppo…».
«Io come tanti altri molisani sono andato via da casa rifiutando il lavoro tramite agenzia perché sapevo che non sarei mai stato assunto se non ci fosse stato un concorso – prosegue il giovane molisano - Vogliamo che le cose vadano bene? Allora seguiamo le normative di legge! Non sono gli interinali che devono lamentarsi, perché sotto il punto di vista della legge hanno torto, al massimo devono lamentarsi con i politici e quanti hanno dato loro false rassicurazioni. Non stiamo parlando di fabbriche private come la Fiat dove dopo un tot che lavori vieni assunto, stiamo parlando di un’azienda pubblica».

La risposta di Luigi, che al contrario ha lavorato nelle corsie dell’ospedale San Timoteo di Termoli per dieci anni, è incentrata sulla riflessione che «in questo modo ci si fa la guerra tra i poveri e ci si attacca tra di noi lavoratori perdendo di mira i veri responsabili di quello che sta succedendo nella sanità molisana, che ha pregiudicato la possibilità sia per me che per gli altri che si sono trasferiti fuori per lavoro di poter lavorare nella nostra regione».
«E’ poco corretto dire – scrive ancora Luigi nella sua replica - che chi ha lavorato per le agenzie interinali ha lavorato grazie alla raccomandazione del politico. Sarebbe come dire a te che hai vinto il concorso grazie alla stessa procedura della raccomandazione. Si pensa sempre al sacrificio che chi sceglie di andare fuori deve fare, ma davvero credete che chi ha scelto, o chi magari è stato obbligato a scegliere, di rimanere nella propria regione non abbia fatto sacrifici? Qua si è sempre e comunque gli ultimi, sempre l’anello più debole su cui i diretti o indiretti superiori hanno potuto esercitare una forma di mobbing psicologico in virtù della nostra precarietà. Non abbiamo diritto agli scatti di anzianità, nessun incentivo di produzione riconosciuto ai titolari di ruolo,con l’agenzia non ci è stato riconosciuto lo stesso punteggio per il lavoro svolto, siamo pedine che vengono chiamate quando serve coprire un turno o un doppio turno».

Scontro sulla stabilizzazione, che per Luigi e i precari di Termoli è una procedura adottabile come accaduto in Puglia, Abruzzo e Lazio indicendo concorsi pubblici. «Saprai bene – dice Luigi al collega emigrato a Bologna - cosa è successo in Puglia tra il 2007 e il 2010 con la stabilizzazione del personale precario infermieristico, arrivando anche nel 2011 ad altre forme di conciliazioni e sentenze dove il personale “precario storico” è stato prorogato finché ci sarà la stabilizzazione e dove la Asrem ha accettato la proposta così come formulata dai ricorrenti sussistendo in capo a ciascuno di essi il possesso di tutti i requisiti di legge previsti per essere stabilizzati e deliberando di prorogare il rapporto di lavoro a tempo determinato attualmente in essere con i ricorrenti fino alla definitiva stabilizzazione».

Scrive anche un altro infermiere, Recchi Marone, un giovane che dopo un anno di precariato all’ospedale San Timoteo è partito per Mantova, sperando in un contratto a tempo indeterminato. «Leggo con rammarico gli inutili piagnistei del mio collega Luigi: sapeva benissimo che la stabilizzazione non sarebbe mai arrivata, come precisa il mio collega di Bologna, perché contrattualmente è necessario vincere un concorso pubblico per entrare a tempo indeterminato, ma si sa, è più comodo che qualcuno ti assuma con la bacchetta magica! Un eventuale concorso o mobilità nei presidi ospedalieri di Termoli o di Campobasso farebbe accorrere almeno 2000 domande, visto che il Molise si trova in una posizione strategica per molti colleghi campani, abruzzesi, laziali e pugliesi.
Secondo lui chi ha peregrinato per il Nord Italia nel cercare di vincere un concorso e nel caso in cui ci sia riuscito ha lasciato affetti, amicizie e la propria terra è più fesso di lui? Dovrebbe anche essere contento di essere riuscito a lavorare ben dieci anni con tutte le comodità di chi vive a casa propria; tra l’altro se invece di aspettare la manna dal cielo avesse vinto qualche concorso altrove, ad oggi sarebbe a Termoli attraverso una mobilità, visto che anni addietro era più facile ottenerla. Mi dispiace ma non ho alcuna compassione per chi ha cercato solo di trovare la strada più facile credendosi più furbo degli altri».

Ma Luigi non ci sta e replica: «A prescindere da quello che ci porta a uno scontro tra noi, veri lavoratori della sanità, precari e non, quello che vorrei si capisse è che questa nostra regione ha ridotto la sanità in uno stato pietoso, ha voluto fortemente evitare di stabilizzare o promuovere la mobilità o concorsi anche perché avere persone che hanno bisogno del politico di turno non ha fatto altro che rendere il politico stesso “padrone degli uomini”. E’ così che noi ci sentiamo: nuovi schiavi di questo mondo lavorativo».

E c’è anche chi scrive per raccontare di essere in graduatoria ma non di avere chance: «Vorrei precisare in merito al discorso delle 800 persone in graduatoria... a quelli che si lamentano che sono dieci anni che lavorano come precari con avviso pubblico, che dovrebbero ben sapere come mai sono sempre e solo loro a lavorare. In una graduatoria di avviso pubblico, l’aver lavorato in precedenza sempre presso una Asl procura punteggio così che a lavorare saranno sempre gli stessi visto che quando tocca agli ultimi della graduatoria (senza raccomandazione o aiutino) puntualmente e casualmente la graduatoria scade e se ne indice una nuova con il solito risultato, e cioè che chi ha appena finito l’incarico vecchio...ricomincia con il nuovo. E quelli in fondo alla vecchia graduatoria? rimangono perennemente in fondo perché, nella nuova graduatoria, non avranno accumulato punteggio. Ora, dico io, facciamola scorrere questa graduatoria almeno per una volta fino alla fine così che tutti potremmo poi concorrere ad armi pari per uno sperato concorso!»
La situazione è critica, i nodi di decenni di superficialità e leggerezza vengono al pettine di colpo, nell’epoca dello sfascio totale e dei tagli drastici.
 
FONTE: PRIMONUMERO.IT



 

Trasfusione di sangue sbagliata: muore cardiopatico

Un errore gravissimo che è costato la vita a un malato cardiopatico. È accaduto all’ospedale Careggi di Firenze dove è stata fatta una trasfusione alla persona sbagliata: qui era ricoverato un paziente, di 60 anni, gravemente cardiopatico le cui condizione erano già gravi. Per cause ancora da chiarire però è stato sottoposto a una trasfusione di sangue che era in realtà destinata a un altro paziente con problemi vascolari, anch’egli ricoverato: non solo la procedura era quella errata, ma il gruppo sanguigno era diverso, cosa che ha causato uno choc allergico che ha portato alla morte del paziente in pochi giorni.

La vicenda, riportata da la Repubblica, ha lasciato in lacrime i parenti dell’uomo, già gravemente malato, ma ha profondamente scosso il Careggi, già colpito nel 2007 da un gravissimo caso di malasanità, quando vennero trapiantati degli organi prelevati da un malato di Hiv.
L’ospedale ha aperto un’inchiesta interna per capire come sia stato possibile commettere un tale scambio di persone.
Il paziente era affetto da gravi patologie al cuore ed era stato ricoverato in gravi condizioni tanto che i medici non avevano dato molte speranze. Due settimane fa però un’equipe addetta alle trasfusioni si è diretta verso il suo letto e ha dato il via alla procedura che in realtà era destinata a un altro malato con problemi vascolari, sempre ricoverato al reparto del dipartimento del cuore e dei vasi di Careggi.
Il vero dramma è avvenuto non solo per una trasfusione non necessaria, ma anche per il gruppo sanguigno iniettato, diverso da quello del paziente: la cosa ha causato una specie di reazione allergica che ha condotto il paziente, di 60 anni, alla morte nel giro di pochi giorni.
Una trasfusione con sangue diverso dal proprio gruppo sanguigno è pericolosa e a rischio della vita anche per una persona sana, ancor di più se effettuata su un malato già in gravi condizioni.
Al momento non risultano relazioni inviate alla Procura dal parte dell’ospedale che ha avviato un’indagine interna per capire come sia stato possibile scambiare l’identità di un malato, condannandolo così a morte.

Mancano medici e infermieri, Cardarelli a rischio collasso. L'allarme del Dg

 
NAPOLI - Un ospedale al collasso. Con reparti che rischiano mortificanti accorpamenti o, addirittura, la chiusura. Dove, a causa della carenza degli organici - mancano all’appello centiniaia tra medici, infermieri e ausiliari per affrontare le quotidiane emergenze - si hanno difficoltà enormi ad organizzare i turni di lavoro. Parliamo del Cardarelli, il più grande del Mezzogiorno, ricco di eccellenze e punto di riferimento dell’intera Campania (e oltre).
Un ospedale in ginocchio, dunque, il cui direttore generale, per la prima volta da quando è al vertice della struttura sanitaria convoca i giornalisti per una conferenza stampa nel corso della quale ha deciso di rivelare le criticità del Cardarelli che dirige da oltre tre anni.

Mancano medici, infermieri, ausiliari. E soldi. L’assenza di turnover ha «asciugato» l’organico rendendolo assolutamente insufficiente per affrontare la mole di lavoro a cui quotidianamente deve far fronte il più grande nosocomio del Sud.
Ne parla il direttore medico di presidio, Franco Paradiso. «Negli ultimi tre anni il numero di medici in organico si è ridotto del venti per cento» dice Paradiso, che conosce meglio di tutti la realtà dell’ospedale, dal momento che è stato in servizio come medico dal 1979 e siede alla poltrona di direttore di presidio dal 2007.

Per ridurre i costi nel corso di questo ultimi anni la direzione generale ha fatto salti mortali. Accorpando, per esempio, molti reparti. «Col piano di rientro è stata eliminata una ”pnmeumologia” una ”neurochirurgia” e, più recentemente una ”ortopedia”» spiega ancora Paradiso. E riprende: «Sono state inoltre rimodulate alcune attività per il migliore utilizzo del personale. Per esempio alcune strutture sono state dipartimentalizzate. Vale a dire la dermatologia, il reparto detenuti, il trauma center che prima erano strutture complesse».

Attualmente i medici, al Cardarelli sono complessivamente 790. I reparti che vivono maggiormente la crisi sono le ”medicine” («abbiamo bisogno di medici per assicurare sempre un numero di posti letto adeguato» dice Paradiso). C’è urgenza di assunzioni di medici ”accettisti”, medici per le aree del pronto soccorso, neurologi, ematologi, anestesisti, radiologi. «Abbiamo due reparti di ematologie. In particolare, in una, c’è un organico di soltanto quattro medici. Diventa, così, impossibile fare i turni per assicurare assistenza a un certo numero di posti letto» si sfoga il direttore Paradiso.
Ed ora qualche cifra. Al pronto soccorso quotidianamente si presentano non meno di trecento pazienti. Di essi una buona parte viene ricoverata, il resto lascia l’ospedale. I posti letto sono 917, quotidianamente tutti occupati. E poi c’è la piaga delle barelle, talvolta anche centinaia.

Al momento, e fino al 30 settembre, non è possibile reperire medici, con la mobilità da altre strutture ospedaliere. «Dal primo ottobre si potrà accedere a qualche mobilità per ottenere qualche figura professionale in più. Ma questo non può certo bastare a tamponare la grave emergenza che stiamo vivendo» conclude Paradiso.

Il Cardarelli è ospedale dalle grandi eccellenze. Una per tutte: la chirurgia endocrinologica, che rientra nel dipartimento diretto dal professor Maurizio De Palma. Un reparto che sta bloccando la migrazione sanitaria verso altre realtà lontane dalla Campania e che ha ridato la vita e la fiducia a centiniaia di pazienti afflitti dal carcinoma alla tiroide.
 
di Marisa La PennaDEL MATTINO.IT
 
 
 

Una paziente denuncia gli abusi:"L'infermiere voleva violentarmi"

La presunta violenza sessuale si sarebbe consumata nel reparto di psichiatria che si trova all'ospedale Cervello, ma è gestito dal personale dell'Asp 6, la cui direzione risponde: "Le testimonianze smentirebbero quanto denunciato. Abbiamo avviato un'indagine interna".

"Un infermiere mi ha palpeggiato mentre ero nella doccia. Mi stavo lavando perché avevo avuto un conato di vomito e lui mi ha toccata in tutto il corpo". A raccontare il presunto abuso sessuale agli agenti della squadra mobile è stata una paziente ricoverata al reparto di Psichiatria dell'ospedale Cervello, gestito dal personale dell'Asp 6. A denunciare l'episodio alla polizia, la sorella della donna che si trova in cura presso il nosocomio palermitano perché tossicodipendente. "Dopo i palpeggiamenti - ha raccontato la donna - lui si è abbassato i pantaloni. Voleva violentarmi, ma sono riuscita a svincolarmi".

Una vicenda triste e squallida quella che viene descritta dalle parole della paziente. Una storia al momento al vaglio della polizia e analizzata, in ogni suo aspetto, dalla direzione aziendale Asp 6, che ha già ascoltato sia tutti coloro che sabato notte erano di turno nel reparto - con la speranza di ottenere testimonianze attendibili - sia l'infermiere contro il quale punta il dito la donna. E, nel dettaglio, viene precisato che: "La direzione aziendale, sulla base dei dati forniti dal direttore della struttura, comunica che immediatamente dopo la denuncia, è stata avviata un’indagine interna finalizzata a verificare i presunti fatti. Il responsabile dell’unità operativa ha ascoltato gli operatori presenti nel reparto. Le dichiarazioni, rese a verbale dal personale in servizio, convergerebbero verso l’assenza di responsabilità a carico di qualcuno di essi". Intanto sono partite le indagini della polizia: "E' una questione delicata - precisano dalla squadra mobile - in cui devono essere presi in considerazione diversi aspetti. Staimo ascoltando tutte le persone coinvolte".
 
fONTE PALERMOTODAY.IT
 

 

Lavorare piu' di otto ore aumenta rischio infarti!!

Fare gli straordinari a lavoro non solo spesso non comporta vantaggi economici, ma rischia anche di essere un problema molto serio per la salute. Lo rivela una ricerca finlandese, secondo cui lavorare piu' di otto ore al giorno aumenta il rischio di avere attacchi cardiaci o ictus fino all'80 per cento.

Secondo lo studio del Finnish Institute of Occupational Health, che ha analizzato 12 ricerche riguardanti 22 mila persone da tutto il mondo a partire dal 1958, i soggetti che lavorano piu' delle tradizionali otto ore al giorno hanno sviluppato una maggiore probabilita' di avere attacchi cardiaci con una percentuale dal 40 all'80 per cento. Secondo la dottoressa Marianna Virtanen, tra gli autori della ricerca, gli effetti potrebbero essere collegati a una prolungata esposizione allo stress, oltre che alle cattive abitudini alimentari e alla mancanza di esercizio fisico dovuta alla mancanza di tempo libero.

Lo stesso team nel 2009 aveva scoperto che lavorare molte ore aumenta il rischio di demenza senile in eta' avanzata: dai risultati emergeva che chi aveva lavorato in media 55 ore alla settimana aveva un cervello piu' povero di funzioni rispetto a chi era arrivato al massimo a 40.

''Ci sono diversi possibili meccanismi ha detto la dottoressa Virtanen che possono essere alla base dell'associazione tra le molte ore di lavoro e le malattie cardiache. Oltre all'esposizione prolungata allo stress psicologico, c'e' il possibile aumento dei livelli di cortisolo, noto anche come ormone dello stress, le cattive abitudini alimentari e l'assenza di esercizio fisico''.

(ANSA).

Diabete. Pubblicate le raccomandazioni per garantire la sicurezza delle iniezioni

18 SET - Iniezioni di insulina e punture per controllare il glucosio in pazienti diabetici, quando effettuate in ospedale o in clinica presentano un rischio, talvolta sottovalutato: l’esposizione del personale medico al sangue può sempre essere pericolosa, perché può far entrare gli operatori in contatto con patogeni che si trovano nel sangue, tra cui anche Epatite e Hiv. Ecco perché le ultime indicazioni per la pratica iniettiva per il diabete, pubblicate da WISE (Workshop on Injection Safety in Endocrinology) su Diabetes and Metabolism, contengono raccomandazioni particolari, proprio per assicurare la sicurezza dei pazienti, degli operatori professionali e di tutte le persone potenzialmente a contatto con taglienti utilizzati nel trattamento del diabete.

Le indicazioni nascono a seguito della recente diffusione di una nuova Direttiva Europea che sancisce che ovunque vi sia un rischio di puntura accidentale, il paziente e tutti i lavoratori devono essere protetti con adeguate misure di sicurezza, incluso l’uso di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza. Questa direttiva sulla prevenzione delle ferite accidentali deve essere recepita e trasformata in legge nazionale in tutti gli stati membri europei entro l’ 11 maggio 2013. “L’attività quotidiana dei lavoratori in ambito ospedaliero (operatori sanitari e addetti) li pone a rischio di serie infezioni con più di 30 agenti patogeni potenzialmente pericolosi, inclusi l’epatite B, l’epatite C e l’HIV, a causa di ferite con aghi e taglienti contaminati”, ha commentato Kenneth Strauss, Global Medical Director di BD, Director of Safety in Medicine presso l’European Medical Association e membro del WISE Consensus Group. “ Si stima che più di un milione di ferite da taglienti avvenga ogni anno nell’Unione Europea, ma la maggior parte di tali ferite sono prevenibili con un’adeguata formazione, procedure operative più sicure e l’utilizzo di dispositivi medici dotati di meccanismi di sicurezza”.

Le raccomandazioni WISE rappresentano un piano per l’implementazione della Direttiva Europea nell’ambito della cura del diabete e includono una scala che rappresenta la forza delle raccomandazioni. Gli argomenti principali trattati sono: i rischi ai quali gli operatori sanitari che lavorano in ambito diabetologico sono esposti; l’imminente legislazione Europea; le ferite derivanti dai vari dispositivi; le implicazioni delle tecniche iniettive; l’educazione e la formazione per creare cultura della sicurezza; i costi – benefici dei dispositivi di sicurezza; la conoscenza e la responsabilità di uno smaltimento sicuro dei taglienti.

Queste indicazioni nascono dai risultati di un’ampia indagine sulle punture accidentali che ha coinvolto 634 infermieri da 13 Paesi dell’Europa Occidentale e dalla Russia, e dal risultato del Workshop sulla Sicurezza Inettiva in Endocrinologia, Workshop on Injection Safety in Endocrinology (WISE) dell’Ottobre 2011, che ha raccolto un gruppo di 58 leaders che operano nel campo della sicurezza diabetologica provenienti da 13 paesi. Il lavoro è basato sulla revisione e analisi paritaria di tutti gli studi e pubblicazioni che trattano l’argomento della sicurezza nell’ambito del diabete.

fonte:qs.it